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  • Ass. Tramoontana

ISOLAMENTO, DISTANZIAMENTO, CATARSI: su "UN UOMO CHE DORME" di Georges Perec

Aggiornato il: apr 16


(...Teaser...)

«Non hai bisogno di nient’altro che di questa pace, di questo sonno, di questo silenzio, di questo torpore. Che i giorni comincino e che i giorni finiscano, che il tempo scorra, che la bocca si chiuda, che i muscoli della nuca, della mascella, del mento si rilassino completamente, che soltanto il sollevarsi della cassa toracica e il battito del cuore testimonino ancora del tuo paziente restare in vita».



(...Piano-Sequenza...)

Le opere d’arte non sono oggetti esenti dal muoversi del tempo e della storia circostanti. Afferiscono a un concetto mobile: l’invecchiamento. Ogni opera possiede un polso che va misurato per comprenderne la tenuta lungo gli anni, i decenni. Misurare il polso di Un uomo che dorme (Quodlibet, 2009) di Georges Perec – attraverso il processo più scontato: la rilettura, inesausta e ciclica – permette di rilevare un dato sconcertante, che può essere riassunto con un’espressione piuttosto banale: sembra un libro scritto oggi. Per oggi si intende la contingenza che sembra avere come unico profilo le conseguenze oggettive e soggettive legate all’emergenza sanitaria del 2020: l’isolamento, l’allontanamento, la separatezza – da ogni adiacenza, da ogni pluralità.

Ambientato nella Francia degli anni Sessanta del secolo scorso, il terzo romanzo di Perec racconta di un venticinquenne che un mattino ignora la sveglia, non si alza dal letto. Dovrebbe andare in università per dare un esame, ma non lo fa. Resta lì, nel minuscolo appartamento/mansarda. Ci resta per giorni. Dovrebbe incontrare persone, dovrebbe rispondere agli amici che gli chiedono che fine ha fatto: non lo fa, non fa nulla. Resta immobile, esce da solo, prevalentemente di sera e per lunghe passeggiate lungo una Parigi alienata e alienante. Mangia, quasi nascosto, in bistrot appartati, in modo frugale, beve poco alcol, fuma qualche sigaretta.

Il ragazzo «che dorme» ha messo in atto da un giorno all’altro un distanziamento sociale, interiore ed esteriore, che ha reso la sua vita un costante e inesorabile «dormire».

«Non voler più niente. Aspettare finché non ci sia più nulla da aspettare. Vagare, dormire. Lasciarsi portare dalla folla, dalle vie. Seguire i canaletti di scolo, le inferriate, l’acqua lungo le sponde. Camminare lungo il fiume, rasente ai muri. Perdere tempo. Tenersi lontano da ogni progetto, da ogni smania. Essere senza desideri, senza risentimenti, senza ribellione. Davanti a te, nel corso del tempo, una vita immobile, senza crisi e senza disordine: nessuna asperità e nessuno squilibrio. Un minuto dopo l’altro, un’ora dopo l’altra, un giorno dopo l’altro, una stagione dopo l’altra, qualcosa comincerà che non avrà mai fine: la tua vita vegetale, la tua vita azzerata».


Per comprendere la portata e il messaggio di un testo simile è decisamente utile tornare ad altre pagine di Perec, quelle di L’infra-ordinario (Bollati Boringhieri, 1994). In questo oltremodo prezioso volume – di deliziosa divagante saggistica narrativa – Perec introduce due parole/concetti che sono alla base del suo progetto di scritturain toto: l’«infra-ordinario» del titolo e l’«endotico». Spiegato con le stesse parole, programmatiche e chiare, del genio francese:

«I giornali parlano di tutto, tranne che del giornaliero. Quello che succede veramente, quello che viviamo dov'è? Il banale, il quotidiano, l'evidente, il comune, l'ordinario, l'infra-ordinario, il rumore di fondo, l'abituale, in che modo renderne conto, in che modo descriverlo? Forse si tratta di fondare la nostra propria antropologia: quella che parlerà di noi, che andrà cercando dentro di noi quello che abbiamo rubato così a lungo agli altri. Non più l'esotico, ma l'endotico».

Ecco: in Un uomo che dorme abbiamo l’apoteosi di un’umanità – rappresentata da un singolo individuo – che smette di rubare la vita agli altri; un’umanità che si getta, inconsapevole e silenziosamente, nel magma personalissimo dell’infra-ordinario. Tutta la vita del giovane protagonista (privato, lungo il testo, anche della sua stessa età, poiché persino il tempo si sfarina e si disperde nel suo dormire) diventa «rumore di fondo»: egli stesso è cosafoucoultiana che cessa di emergere, che non si determina nella superficie degli eventi, che rinuncia agli obblighi strenuamenteperformanti del contemporaneo (quel contemporaneo che, a ben vedere, dura da sessant’anni: è ancora qui).

«Non più l’esotico, ma l’endotico»: l’uomo che dorme perecchiano non è più fuori, ma sempre dentro, dietro le palpebre chiuse dell’esistere; nulla di non abituale, nulla di non previsto, soltanto un trascinamento lungo i bordi biologici del vivere, soltanto uno struscio di molecole debitamente distanziate socialmente.

Perché, dunque, leggere un testo che pare profilarsi come un compendio angoscioso di gestualità inerti prive di qualsiasi tèlos? È presto detto: Un uomo che dorme è un esercizio di catabasi, una fuga silenziosa dal palinsesto nevrotico della vita che ognuno di noi dovrebbe esperire per comprendere concretamente in quali confini stiamo restringendo la nostra esistenza – quanta inutile ordinarietà gestiamo costantemente, quanto tutto quello di cui ci circondiamo sia beceramente esotico, e al contempo quanto sia profondo e pericoloso l’endotico che rigettiamo.

E Perec fa compiere questo processo di violenta catarsi muta e lieve a un personaggio: lo fa fare a lui al posto nostro, per riferirci un codice inestimabile, per consegnarci un’eredità che non è soltanto letteraria.

«Leggi, sei vestito, mangi, dormi, cammini. Che queste siano azioni, gesti, ma non prove e non monete di scambio: il tuo abbigliamento, il tuo cibo e le tue letture non parleranno più al tuo posto, non te ne servirai più per fare il furbo. Non gli affiderai più l’estenuante, impossibile, mortale compito di rappresentarti».

E tutto questo ci serve ora. Ora, che siamo chiusi e soli, ora che tutto ciò che è fuori domani sarà esotico e da un pezzo non ne potremo più del nostro endotico: ora, che non c’è più scissione tra ordinario e infra-ordinario – ora, che ogni giorno rischiamo di esserlo anche noi, quell’uomo che dorme, senza ribellione, senza desideri, senza (ri)sentimenti.


Autore

Andrea Donaera

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