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  • Ass. Tramoontana

LA BLACK BRITISH LITERATURE: COS'E'?

Aggiornato il: giu 6


(...prologo…)

Racchiudere in un breve articolo ciò che rappresenta la black British Literature è impresa assai ardua, così come è ostico portare alla luce tutti i suoi esponenti, dai più piccoli ai più rinomati. Con orgoglio, però, è possibile affermare quanto questo filone letterario, nato a ridosso della seconda metà del XX secolo, abbia rivoluzionato non solo la letteratura, ma il pensiero del lettore che, spesso, è circoscritto a canoni classicisti imposti. La Black British Literature è un elegante urlo di rivendicazione dei diritti umani; è un urlo di libertà conquistata – ancora non del tutto – con il sudore della fronte nei campi lavoro e il sangue delle frustrate durante la tratta degli schiavi; è un urlo di pace che sprona gli uomini ad andare oltre l’aspetto, le religioni, le etnie, le tradizioni e, chi più ne ha, più ne metta.



(...piano-sequenza…)


Chi sono, quindi, gli scrittori black British? Sono i figli di uomini fuggiti dal loro Paese d’origine per cercare rifugio e dignità nell’Inghilterra post-coloniale; sono i figli degli immigrati che, per primi e in silenzio, hanno dovuto lottare contro le discriminazioni e, soprattutto, contro le illusioni di una vita all’altezza dei propri sogni. La “madrepatria”, così come era chiamata l’Inghilterra nei Caraibi, in Giamaica e in tutti i territori colonizzati dai britannici era un sogno, per coloro che non ci abitavano, e rappresentava quell’isola in cui avrebbero potuto conquistare la libertà. Giunti, però, sul luogo, conoscono una situazione completamente differente e quel senso di estraneità e diversità, come se fossero delle periferie umane di quartiere, li accompagna per moltissimi anni. Oggi, fortunatamente, la letteratura black British ha conquistato il consenso generale e ha rimosso quella terribile condizione di outsiders (emarginati) a cui i primi scrittori sono stati sottoposti. Non è più “l’altra” letteratura, ma “la” letteratura e, questo, è un notevole successo anche, e soprattutto, nei confronti di tutti coloro che hanno lottato tra il XVI e il XIX secolo durante la Tratta atlantica. Va ricordato, però, che l’etichetta black, negli anni ’60, è utilizzata per identificare un gruppo, l’insieme; solo dopo passa a riconoscere un genere letterario, anche se molti scrittori la rifiutano, poiché appare di seconda classe e circoscrivente. Inizialmente, infatti, essa era più che altro un’etichetta di stampo politico, come a voler trovare un aggettivo che descrivesse quella parte di popolo introdotto in Gran Bretagna.


La prima riflessione degli scrittori è incentrata sulla ricostruzione dell’identità; fanno propri temi di appartenenza nazionale, ricerca del proprio posto nel mondo e della casa nel suo significato più ampio e intimo. Sviluppatasi a seguito del secondo conflitto mondiale grazie e Sam Selvon, scrittore di origini indo-caraibiche e autore del romanzo The Lonley Londoners (Londinesi solitari), la black British conquista maggiore consenso da parte del pubblico negli anni ’80 con Salman Rushdie e il suo Midnight’s Children (I figli della mezzanotte) e, successivamente, nei primi anni 2000 con Andrea Levy, autrice di romanzi di successo come Small Island (Un’isola di stranieri) e Fruit of the lemon (Il frutto del limone).


Il nome di Salman Rushdie è noto al popolo letterario, in particolare, per la fatwā mossagli contro dall’Iran a seguito della pubblicazione del romanzo Satanic Verses (I versi

satanici) che, con sarcasmo e in chiave romanzata, affronta temi di natura religiosa.


L’autore alterna alla narrazione delle vicende di due uomini musulmani scampati a un disastro aereo la riscrittura di alcuni aspetti della cultura religiosa islamica contenuti nel Corano e che, secondo le antiche tradizioni, sono stati ispirati da Satana stesso. Ecco, è stata proprio quella rivisitazione e riscrittura di un tema così off-limits per gli islamici a generare uno dei casi letterari più dibattuti della storia della letteratura black British. Salman Rushdie è originario di Bombay ma, in piena adolescenza, si è trasferito a Londra e qui ha potuto toccare con mano il dramma della discriminazione razziale. Grazie alle sue idee laiche e alla sua personalità eccentrica, Rushdie ha riscritto nei suoi romanzi un mondo ideale lontano dalle guerre di religione, dal fondamentalismo islamico e dalle discriminazioni. Nelle sue opere ritroviamo i suoni e gli odori di un Oriente degno dei racconti de “Le mille e una notte, in cui realtà e leggenda si incontrano per spronare l’uomo a vivere nel nome della pace e dell’eguaglianza. È questa, infatti, la peculiarità dell’autore: attraverso l’allegoria, la fantasia e l’immaginazione, egli denuncia l’estremismo religioso, le discriminazioni razziali e tutto ciò che ritiene responsabile del disfacimento del mondo. Rushdie, infatti, afferma che è possibile cambiare il mondo attraverso la fantasia, esso andrebbe reinventato e riscritto, e questo è possibile farlo solo mediante la parola scritta; non teme di affrontare temi scomodi, ne sono una prova romanzi come Midnight’s Children (I figli della mezzanotte), Shame (La vergogna), Satanic Verses (I versi satanici) e The Moor's Last Sigh (L’ultimo sospiro del moro), romanzo a tratti autobiografico in cui racconta dello stato d’animo in seguito alla pena. Ogni opera di Salman Rushdie ha in sé un concentrato di insegnamenti morali e di condanne nei confronti di quell’autarchia che, da anni, piega il popolo alla discriminazione nei confronti del diverso. 


Altrettanto significative e di stampo decisamente più british sono i romanzi di Andrea Levy, prematuramente scomparsa nel 2019. La scrittrice, di origine giamaicana, è nata e cresciuta a Londra e, sin dall’infanzia, è stata vittima di bullismo razziale e questo, in età adulta, le ha permesso di raccontare le proprie vicende personali in forma romanzata, conquistando la notorietà e, con Small Island (Un’isola di stranieri), la  vittoria di  importanti premi letterari, tra cui l’Orange Prize e il Commonwealth Prize; il romanzo, forte del successo ottenuto, è stato riscritto in forma di miniserie televisiva prodotta dalla BBC.

La Giamaica ha un ruolo molto importante nei suoi scritti, soprattutto a seguito della riscoperta e della valorizzazione delle proprie origini e in Fruit of the lemon (Il frutto del limone) i colori e il caldo dell’isola trasportano il lettore in una dimensione parallela. Se inizialmente, infatti, la Londra thatcheriana è la protagonista del romanzo col suo cielo cupo e un morale monocromatico, in seguito, saremo catapultati in un’atmosfera familiare e piena di vita che, sul finire, lasceremo con rammarico. Dopo anni di discriminazioni e vergogna sfociata in silenzio, Faith, la protagonista, conosce le sue origini e la sua intera famiglia; acquista consapevolezza di sé e del suo essere orgogliosamente nera. Nasce due volte: la seconda, quando conosce la Giamaica.

Guardavo la sua pelle scura con le rughe attorno agli occhi e le labbra troppo sottili per essere vere labbra africane. La guardavo rievocare la madrepatria. Il Paese dove io vivevo, fra gente così inconsapevole del nostro comune passato, che se fossero stati lì a vedere mia zia, non avrebbero mai visto altro che una vecchia negra che faceva la scema. Lasciate pure che quei bulletti mi corrano appresso nel cortile della scuola, che mi dicano: «Sei una negra, Faith è una negra» […] Dicano pure quello che vogliono. Perché io sono la figlia bastarda dell’Impero, e verrà il mio momento”.



(...epilogo…)


La letteratura black British, in conclusione, è un invito alla riflessione non solo su fenomeni storici che, spesso, possono apparire lontani da tutti noi, ma sulle conseguenze che quegli avvenimenti hanno generato e che, forse continuano a generare. Un approccio contrappuntistico a questi romanzi aiuta a scoprire un’interiorità che, a ben vedere, non è così dissimile da quella di coloro che, per anni, sono stati indicati come the others (i diversi), poiché tutti siamo il risultato di incontri tra etnie.


Autore

Angelica Martina

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