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  • Ass. Tramoontana

DAFT PUNK: DIETRO I DUE CASCHI

(...teaser…)


Quando ero ragazzo, e questa cosa poi mi ha accompagnato anche in futuro, ero attratto dalle cose strane, musicalmente parlando si intendo. Non è un segreto la mia passione per i Pink Floyd, un altro gruppo che mi ha sempre affascinato sono i Kraftwerk, ho consumato i loro vinili. Provavo ad inserirli nei dj set in giro, ma la reazione della pista era sempre negativa. Mi affascinavano le loro movenze robotiche, interi concerti davanti a delle macchine, con una postura pressoché immobile. Per me erano alieni, invece erano tedeschi.


(...zoom…)

Poi sono arrivati i Daft Punk, francesi.

Sono arrivati i Daft Punk ed era il 1996, e faceva figo sapere a memoria i nomi dei due che si celavano dietro il nome Daft Punk, però io sapevo il cognome di Bjork e secondo me era più figo.

Uscirono con un album dal titolo rivelatore, Homework, i compiti a casa per dirla breve, era come se i due ragazzi avessero portato i loro temi migliori alla maestrina della Soma Records e ne venne fuori un album dai suoni acidi misti a techno, quella di Detroit, non quella berlinese, e sotto alcuni giri di basso che difficilmente ti uscivano dalla testa.

Uno di loro, quello con il cognome lungo e strano, non lo scrivo altrimenti mi ruba caratteri all’articolo, era uno che poteva comprarsi mezza Francia, la Virgin Records e anche di più. Fatto sta che grazie a questo irrilevante particolare, alla Virgin nessuno discusse quella clausola voluta dai D.F. in cui si dicevano testuali parole “Saremo liberi di decidere la nostra immagine e ciò che ne conseguirà”. In poche parole: ci vestiremo come ci pare tanto saremo noi a pagare i tour per i prossimi anni..

E così fu.

In quegli anni si vestivano praticamente di ogni cosa, dalle maschere di animali alle facce di Beavis & Butthead. Insomma, una cosa era certa: avevano stile nella musica, avevano i soldi, ma si vestivano ancora di merda.

Passano gli anni, la French touch prende piede nelle classifiche, con vari gruppi prodotti anche dai nostri due giovanotti e arriviamo al 1999. È un anno in cui le paure principali di ogni essere umano sul pianeta Terra erano “il mio computer funzionerà dopo Capodanno?”. I nostri Daft Punk, invece, se ne inventano una davvero bella, che io mi ricordo di aver visto in una scena in Superman 3 che mi ha dato gli incubi da ragazzino. I ragazzi chiusi in studio il 9 settembre 1999 alle 9:09 hanno un incidente con un campionatore, a detta loro, al risveglio si sono ritrovati robot. Da qui non vedremo più le facce dei due.


(...primo piano…)


Si fanno costruire da un ingegnere due caschi fighissimi che sono costati circa 70 mila dollari l’uno dove i due hanno una cannuccia per l’acqua, una ventolina per l’aria e un sacco di luci led degne di una giostra.

Nel 2001 esce l’album più bello dei Daft Punk: Discovery.

Per pararsi il culo, no aspetta, non si può dire.

Per dare una giustificazione al fatto che il disco fosse per il 75% fatto di campionamenti accelerati di tracce già esistenti e per il 25% effetti, kick e trombette, durante un’intervista uno dei due, quello con il casco grigio, disse che volevano celebrare la musica anni 60-70 disco con un album che riprendesse quei suoni, infatti cambiando l’ordine della parola Discovery otteniamo Very Disco.

Passa il tempo e i Daft Punk decidono di fare un film di animazione con Leiji Matsumoto, tolgono le ragnatele dal vecchio disegnatore che si beava di sakè caldo nella prefettura di Fukuoka e compongono un film che è di una tristezza unica che non ve lo racconto. E così arriviamo all 2005 e i due fanno un altro album, che io non mi ricordo e anche loro due vorrebbero dimenticare. Diciamo la verità: Human after all è l’album peggiore del gruppo francese, umani dopo tutto, e anche loro sbagliano.

Creato in sei settimane, beat ripetitivi, su dieci tracce quelle rilevanti sono due, le altre non me le ricordo nemmeno.


“Nel 2006 visto che abbiamo un sacco di soldi e non sappiamo cosa dobbiamo farcene… “.

I Daft Punk fanno un film con una trama che può essere racchiusa nella frase “vojo tornà bambino” o umano nel loro caso. Electroma racconta la storia di due robot in una città di robot che si fanno fare delle maschere con le facce dei due dj che pian piano si sciolgono al sole e, dopo tanto camminare nel deserto, uno di loro si da fuoco e l’altro si fa saltare in aria. Molto triste anche questo.

Ciò mi fa pensare che i soldi non danno la felicità nemmeno ai Daft Punk.


(...contro-campo…)


Il 2007 scorre tranquillo e con mia somma gioia scopro che faranno una tappa del tour Alive in Italia, a Torino a mille chilometri da casa mia. Ci vado, così prendo la macchina e corro al Traffic Festival.

Avevo visto i video di Parigi del tour che erano stati girati dai presenti e mi aspettavo che i nostri buoni francesotti facessero uscire un dvd con il live, invece no.

Quello con il casco grigio (da quel che ho capito parla sempre lui) ha detto in un’intervista che “C’è così tanto materiale sul web sui nostri concerti che ci è sembrato inutile fare un dvd ufficiale dell’evento”. Ma che cazzo vuol dire? Era il 2007 i telefoni facevano delle riprese da schifo, le fotocamere pure, l’audio è una merda e voi anziché fare un dvd ufficiale vi divertite a produrre dei film tristi?

Vado a Torino.

A Torino c’erano 45000 persone ed io che avevo avuto fortuna ero un pò più avanti degli altri.

Ora non voglio puntare il dito contro due ricchissimi e talentuosi produttori discografici ma vorrei darvi una visione diversa, o quanto meno aprirvi un attimo gli occhi.

Aspettate che mi metto il cappuccio della felpa sulla testa come i complottisti e vi racconto una storia.

Ora immaginate la mia voce come quella di Adam Kadmon. L’allestimento della piramide dei Daft Punk quasi sconosciuta ai tutti, fu rivelata su un forum di produttori da un tecnico che aveva lavorato al festival e che aveva firmato due kg di fogli dove giurava di non dire nulla su ciò che avrebbe visto. Con un cellulare aveva fotografato apparecchiature, controller e mostrava che nel retro della piramide, a circa 70 metri, c’era un tir-regia blindato ai più, ma non ad alcuni tecnici, compreso lui, dove tutto era preparato.

Il tir, si lascia intendere, non è nient’altro che la regia di tutto, ovvero i Daft Punk, se sono davvero loro sul palco, sono lì a non fare un cazzo per due ore, starebbero lì a muovere manopoline luminose senza senso perché tutto il set è già programmato dalla regia.

Una sorta di playback elettronico.



(...climax…)


E se fosse vero?? Se fosse vero, supererebbe il limite della stronzaggine che un artista può esprimere. Un tuo live costa 400.000 euro, e tu mandi due controfigure a sudare in delle tute di pelle con il casco a scimmiottare davanti a 50.000 persone con un live di Ableton che scorre nel camion nel retro mentre tu sei in un attico a Parigi a leggere le istruzioni di un mobile Ikea.

Se invece le supposizioni fossero infondate?

Se i Daft Punk sono davvero loro sul palco a smanettare con i controller a ciondolare la testa sul beat e a regalare due ore di elettronica ve lo immaginate che stress vivono questi due?

Pantalone di pelle, giacca di pelle, caschi, guanti di pelle, paura che i computer si blocchino (come accadde a Skrillex qualche anno dopo e a Deadmau5), non sono umani per davvero, però per 400.000 euro lo farei anche io.

Questa pulce nell’orecchio mi urla fortissimo e io non vorrei darle retta.

Ma andiamo avanti.

E’ il 2010. Nel 2010 viene violentato il film Tron, con la sua nuova versione Tron Legacy.

Il regista chiede ai Daft Punk di curare le colonne sonore, e i due compaiono in un cameo di 10 secondi nel film. La colonna sonora non è poi così male come dicono, devo solo ricordarmi che sono i Daft Punk e non Jean Michel Jarre.

Silenzio per due anni poi un giorno i Daft Punk cambiano la foto profilo sull’account Instagram e il mondo entra in uno stato di agitazione.

É il delirio, voci si rincorrono, di un nuovo disco esplosivo, super elettronico, futurista.

Nel maggio del 2013 esce fuori RAM Random Access Memory.

Una volta per avere il disco prima di tutti dovevi correre in un negozio di dischi, magari essere fortunato che ci sia ancora una copia per te, invece i Daft Punk si legano ad iTunes. Con un pagamento anticipato potevi ricevere il la copia dell’album in formato digitale alla mezzanotte del 17 maggio del 2013, quattro giorni prima degli altri. Scatta la mezzanotte e mi tuffo sul laptop, cuffie e play.

Non so come descrivere la mia faccia e il mio sentimento fino alla seconda traccia del disco. Li avrei presi a calci sul robotico-fondoschiena.

Perché nessuno mi ha detto che avrebbero fatto un disco moscio?

La terza traccia in collaborazione con Giorgio Moroder vede la sua presenza nei primi minuti come un’intervista e basta. Quello che mi chiedo è: al di là del successo di Get Lucky, traccia cantata anche dagli alieni, davvero i Daft Punk hanno questa presunzione nel creare un album del genere dopo anni di silenzio? Davvero nella testolina robotica dei nostri due cugini d’oltralpe si è creata una sfida contro il mondo della musica? Dove i loop la fanno da padroni e il campionamento selvaggio ti permette di fare un disco in un mese? Quindi hanno chiamato i personaggi che hanno suonato le migliori tracce degli anni settanta e ottanta e hanno fatto un disco tutto suonato ma che non cresce e non dà quella sensazione di brivido che avevi quando partiva la buona vecchia One more time?

Secondo me se l’album fosse stato fatto da un gruppetto di produttorini stronzi con i programmi craccati il disco non avrebbe preso il volo.


(...cliffhanger…)


I due sono bravi con il marketing, hanno creato un movimento prima dell’uscita del disco che mi sono meravigliato di non vedere le loro facce proiettate sulla faccia della Luna.

In conclusione la mia storia sui Daft Punk può sembrare l’attacco di un ex dj produttore che ora si diverte a sparare a zero sul primo gruppo che mi passa per la testa, ma non è così.

Negli anni ho sempre avuto una linea critica verso la musica banale, e nei Daft Punk la banalità è stata spesso nascosta dietro le maschere, dietro gli schermi luccicanti di un live set con un impianto da paura. Fumo negli occhi, e quando la musica si ferma, quella pulce di prima mi urla sempre più forte: e se non fossero davvero loro?



Autore

Antonio Carassi


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