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  • Ass. Tramoontana

LA PLAYLIST DI GIANCARLO

Giancarlo Martino, bassista di formazione Jazz. Ha suonato con Cheryl Porter, Mitchell Brunings, Vincent Bohanan, Orchestra Magna Grecia, Vudz, Alessia Tondo, Triace (Notte della Taranta), Mindscape, Cosmica, collabora con vari artisti della scena salentina e lucana.

Oggi racconta a Vibes la sua playlist.

(…trailer…)


Dischi apparentemente differenti hanno in comune una personalissima caratterizzazione della prassi compositiva e del ruolo che l’improvvisazione dei singoli può avere nell’esecuzione. Ciascuno dei dischi parte da esigenze, valori e obiettivi differenti approdando in dimensioni della composizione e dell’improvvisazione che in qualche modo tracciano lo spettro delle possibilità entro cui si muove oggi la performance musicale contemporanea.


(…ciak…)


Alas No Axis – Jim Black

2000, Winter&Winter

Jim Black è uno dei batteristi jazz più influenti. Uno di quei musicisti che quando suona da sideman non riesce a non concentrare su di sé tutte le attenzioni. Il suo carattere e la sua creatività emergono con forza, senza togliere qualità alla performance generale della band.

Nel disco confluiscono 15 brevi brani composti da Jim Black con struttura tipica dei brani dell’indie rock strumentale alla Ladradford, Pelt, Tortoise.

Il ruolo di Jim Black è dare supporto alla densità della massa sonora generata principalmente dal lavoro di chitarra, clarinetto e sax. In alcuni momenti sembra guidare l’articolazione dinamica, e in altri contrasta decisamente le intenzioni definite degli altri.

La chitarra alterna distorti powerchords a reverberate linee di sfondo e contrappunti melodici con equilibrati punti di dissonanza, creando così solidissime quanto effimere architetture della sonorità del brano. Il basso fornisce profondità e prospettiva ritmica attraverso dei loop o attraverso dei canti autonomi oppure in funzione di supporto di altre linee principali. Un quartetto raffinato.

La sezione ritmica sostanzialmente si stabilizza sul piano dell’accrescimento dinamico e ritmico del materiale svolto dal primo piano e dallo sfondo. I temi nel complesso hanno nella semplicità e nella loro delicatezza il vero punto di forza, e creano l’unità stilistica dell’intero disco.


The Shape of Jazz To Come – Ornette Coleman

1959, Atlantic Records.

Ogni tentativo di comprensione della new thing comincia da qui.

Ornette Coleman è l’anti Miles per eccellenza. Povero di estrazione e povero fino alla fine.

Incapace di sottrarre agli altri le proprie composizioni affibbiando il suo nome.

Radicato nel blues vissuto e praticato, estraneo ad ammiccamenti ai trend sociali e musicali del momento.

Incapace di sostenere la droga e i ritmi dissoluti del musicista mainstream, incapace di rinunciare alla propria negritudine, il disco si allontana dai dettami consueti del mainstream e della thirdstream.

Non ci sono strutture armoniche da seguire. Ci sono melodie e sovrapposizioni di melodie, armolodie.

Coleman ha suonato bebop e blues negli anni della sua formazione, ma con un’idea specifica di cosa volesse dire improvvisare. Improvvisare non è far sentire l’accordo e i collegamenti tra gli accordi ma costruire un discorso di senso compiuto che crea la forma del discorso stesso, non predeterminato dalla forma, non un modello da compilare ma una lettera la cui stesura è definita dalla performance dei musicisti con cui si decide di suonare.

L’assenza dello strumento armonico è il primo campanello d’allarme della rivoluzione in corso. I musicisti coinvolti sono chiamati a costruire melodie capaci di tenere in piedi l’improvvisazione del solista.

Il disco è una perla preziosa di sonorità ed interazione. Una formazione che ha fatto della costruzione collettiva la sua pietra angolare, quel perno che tanta influenza avrà sul lavoro successivo di Sonny Rollins e su John Coltrane.


BLACKSTAR – David Bowie

2016, ISO.

David Bowie ci ha abituato alla provocazione, all’irrisione di tante consuetudini, allo sbertucciamento creativo delle convinzioni cristallizzate nei luoghi comuni.

In Blackstar la provocazione si annida nei contrasti. Nei testi, nei brani, nel sound, nelle interazioni tra i musicisti, il suo nichilismo stanco costituisce la trama architettonica del tutto.

Un nichilismo spinto dall’aspirazione morbosa alle espressioni vitali più profonde, più scandalose, ma senza indirizzo. Un’aspirazione senza finalità. Utile solo alla soddisfazione del suo momento.

Lividi e lacrime. La confessione di un’anima inquieta. Ricami jazz, storie di bassa umanità e voci sofferte ma vitali e fameliche. Una resurrezione ostacolata, affaticata.

Un vero capolavoro del nuovo millennio. L’uomo che si apre ad un futuro ma consapevole del delirio storico che è fondamento del suo instabile cammino.

Tijuana Moods - Charlie Mingus

1962, Rca Victor.

Un disco registrato nel 1957, in anticipo agli intellettualismi di A kind of Blue alle ricerche strumentali alla base delle svolte spirituali di Giant Steps e del ritorno al blues feroce della new thing, pubblicato probabilmente per timore di insuccesso solo cinque anni dopo.

La musica di Mingus è difficile da leggere: armonie complesse, cambi di ritmo estremi, melodie e background articolati e strumentalmente poco funzionali se non estremamente incollati nell’esecuzione. Mingus a differenza di Miles, non indirizza la resa sonora dei suoi ensemble nelle prove. Né pretende di cavalcare il solco del groove che ne viene fuori.

Mingus compone e dirige senza soffocare l’individualità dei musicisti scelti per il progetto. Punta all’assimilazione del suo materiale durante la prova, abbatte la dimensione della lettura per distruggere l’automatismo dell’esecuzione: attiva il suo ensemble e pretende coscienza esecutiva del suo materiale. Ogni singolo deve percepire l’idea generale prima di contribuire al risultato finale. In Tijuana Moods questo equilibrio sofisticato tra composizione ed improvvisazione trova espressione ironica. Questa ricerca esotica verso suoni meridionali, verso le mete dello yankee bauscia, suona quasi di critica verso una modalità di fruizione turistica della ricerca musicale che nelle world music troverà il suo massimo orrore.


Autore

Giancarlo Martino

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