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  • Ass. Tramoontana

UNA CASA DI CARTA SPACCATA IN DUE


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La casa di carta arriva alla quarta stagione. Esaltarla o detestarla? È questo il dilemma che attraversa il pubblico delle serie e che, inevitabilmente, affascina chi le studia.

Per definizione le serie sono delle forme narrative orientate al processo, questo vuol dire che uno degli elementi decisivi per una buona serie è la capacità di colpire lo spettatore fin dall’inizio, creando un legame che possa andare avanti per più episodi, stagioni, anni. Questo è un fattore assai vincolante sia per i produttori che per gli sceneggiatori, i quali spesso lavorano su una storia senza avere un’idea precisa di come debba finire, ma con la consapevolezza di dover mandare in avanti il racconto. Lavorare così è assai rischioso, non a caso abbiamo numerosi esempi di titoli straordinari messi in dubbio da finali discutibili (How I Met Your Mother, Lost, Game of Thrones) o situazioni in cui una serie viene trascinata a fatica per troppi anni (The Walking Dead) perdendo la potenza delle prime stagioni. Ma, appunto, è un rischio che gli sceneggiatori conoscono bene e con cui convivono, dal momento che sono consapevoli di trattare delle opere aperte. Il finale non piacerà? Pazienza, la cosa più importante di una buona serie è che venga seguita.


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Fatta questa premessa, bisogna capire dove si colloca La casa di carta

La sensazione è che, come accaduto per Black Mirror, con il passaggio a Netflix si sia abbassato il livello di originalità dell’idea.

Le prime due stagioni de La casa di carta sono state trasmesse dall’emittente spagnola Antena 3 tra maggio e novembre del 2017, quando per intenderci la storia si svolgeva all’interno della Zecca di Stato.

Il successo della serie ha poi convinto Netflix ad acquistarne i diritti, distribuire le due stagioni intervenendo sul formato e annunciare la produzione di una terza stagione.

Lì sono incominciati i guai. Intendiamoci: l’idea su cui si basa La casa di carta è interessante, ma non certo originale. Chi ha guardato Inside Man di Spike Lee (2006) non è certo rimasto sorpreso dal vedere un gruppo di criminali che durante una rapina fa vestire gli ostaggi come loro dotandoli di maschere. Ma non è questo il punto, perché la vera forza de La casa di carta è quella di avere un ritmo incessante, pieno di colpi di scena, in modo da far sembrare la serie un videogame con tanto di quadri e prove da superare. E questo è l’ingrediente indispensabile per un buon action drama e per ogni racconto seriale che si rispetti.

Qui, infatti, occorre chiarire qual è il vero nemico delle serie contemporanee: l’assenza di ritmo, la lentezza con cui si sviluppa. Ci sono ottime storie, infatti, che dopo qualche episodio mostrano già i segni della fatica, perdendosi in inutili sottotrame e rallentando troppo l’andamento con il tentativo di far conoscere meglio il mondo narrativo dei personaggi. La casa di carta riesce a fare breccia in così tanti spettatori proprio perché non soffre questo difetto: ci sono troppe serie da vedere, nessuno vuole perdere 5 o 6 ore inutilmente dietro una storia che non va a parare da nessuna parte e La casa di carta è una storia semplice da seguire e capace di incollarci facilmente allo schermo. Fine del gioco?

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Nonostante rapine, sparatorie e inseguimenti, con La casa di carta ci troviamo anche di fronte a una questione spinosa: i dialoghi. Se durante le prime due stagioni si potevano fare delle concessioni alla recitazione e alla scrittura dei dialoghi in favore dell'azione, con la terza e quarta stagione assistiamo a qualcosa di raccapricciante. In molti ricorderanno un teen drama spagnolo trasmesso in Italia a inizi anni 2000 che si chiamava Paso Adelante. Ecco: anche gli attori di Paso Adelante sono riusciti a fare qualcosa di meglio (con una produzione molto più povera) rispetto alla brutta recitazione de La casa di carta. L’unico che potrebbe tirarsi fuori da questo problema è Pedro Alonso (“Berlino”) anche per la bravura con cui è stato costruito il personaggio. E il resto? Ci troviamo a che fare con battute scontate, personaggi prevedibili, conflitti visti e rivisti, un’ironia che non va da nessuna parte e la sensazione che tra seconda e terza stagione sia successo qualcosa che purtroppo può capitare: sono finite le idee. Anche dal punto di vista dell’azione ci spostiamo verso scenari sempre più inverosimili, dove la vera debolezza del racconto sta proprio nell’incapacità del nemico. Il pubblico è dotato d’immaginazione, d’accordo, ma una polizia così inetta diventa per certi versi quasi comica, tenera, a tal punto che gli unici che possono scombussolare i piani del professore sono i membri della banda stessa.


(...finale…)


Ritornando alla domanda di apertura, non ci resta che rispolverare un antico detto che circolava negli ippodromi: i cavalli vincenti si vedono alla distanza. E se La casa di carta era uscita dai blocchi di partenza con un scatto decente, nella progressione ha mostrato tutti i suoi limiti.


Autore

Andrea Martina

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